Airbnb, US$ 824 milioni l’impatto economico nel Regno Unito

  
Dopo Atene, Barcellona e Madrid e Berlino, il viaggio di SocialEconomy alla scoperta dell’impatto economico generato da Airbnb – uno dei principali player della sharing economy – nelle principali città del mondo riparte dal Regno Unito. La principale piattaforma di home sharing ha realizzato uno studio in cui ha analizzato l’impatto economico, relativo al 2013, derivante dalla sua presenza nel Paese della Regina Elisabetta II . Il report mostra che complessivamente Airbnb ha generato un effetto economico complessivo sull’intera Nazione di US$ 824 milioni e ha supportato 11.600 posti di lavoro. Lo studio evidenzia che l’80% degli host Airbnb presenti in UK affitta la casa in cui vive e utilizza i soldi guadagnati con l’attività di home sharing per “contrastare” il sempre crescente caro vita e per finanziarsi le spese correnti. Il padrone di casa UK che offre la propria abitazione sulla piattaforma USA guadagna in media US$ 4.600 affittandola per trentatre notti all’anno. Circa il 42% degli host UK sono liberi professionisti o lavoratori part-time che utilizzano quanto guadagnato grazie a Airbnb per finanziare la propria attività lavorativa. Come per le altre città già analizzate nelle precedenti tappe del viaggio di SocialEconomy, chi sceglie di alloggiare in una casa Airbnb soggiorna di più rispetto alla media dei viaggiatori che scelgono strutture tradizionali (4,6 notti contro la media di 3,1) spendendo in media US$ 1.496 rispetto ai US$ 713 dei turisti tradizionali. Scendendo nel dettaglio di alcune città a Londra il 72% degli immobili Airbnb sono localizzati al di fuori delle principali aree in cui sono presenti hotel e il 41% del totale delle spese fatte durante il proprio soggiorno rimane nei quartieri in cui si trova la casa. I quartieri più gettonati nella capitale inglese sono quelli di Camden, Greenwich, Hackney, Islington, Southwark, and Richmond upon Thames. Passando alla Scozia, a Edimburgo il 78% delle abitazioni Airbnb si trovano al di fuori delle aree principali degli alberghi e il 44% delle spese effettuate dei viaggiatori vengono fatte nel quartiere in cui alloggiano. I guest che si recano nella capitale scozzese preferiscono solitamente i quartieri di Old Town, New Town e North East.

Uber vince in tribunale, la sua app non è un tassametro

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L’app di Uber non può essere considerata un tassametro. Così ha sentenziato l’Alta Corte di Giustizia inglese chiamata a decidere una lite giudiziaria tra la TFL, l’ente che regola i trasporti nella capitale UK e la compagnia californiana. La decisione, che segna quindi un punto a favore di uno dei big player della sharing economy, arriva proprio nel momento in cui la TFL, come dichiarato da Uber nelle settimane scorse, sta pensando di rivedere le norme che regolano il servizio del ride sharing. Tra le proposte che
che sarebbero state avanzate dalla Transport For London ci sarebbero parecchie regole stringenti tra cui quella che prevede un tempo minimo di attesa di cinque minuti tra la “chiamata” da parte del cliente e l’inizio della “corsa”. Contro tali novità normative, Uber, nei giorni scorsi, aveva chiamato a raccolta il proprio popolo invitando gli utenti a firmare una petizione online.

La classifica delle 15 città con più biciclette in sharing al mondo (clicca sul titolo per vederla)

SocialEconomy, sulla base dei dati disponibili su Wikipedia ha stilato la classifica delle 15 città con il maggior numero di biciclette disponibili in sharing. Dalla classifica sono state escluse le città cinesi a eccezione di Pechino e Shangai. Ecco la classifica

1.Shangai – 19.165 biciclette

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2. Pechino 16.000 biciclette

3.Parigi – 14.500 biciclette

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4. Londra – 9.700 biciclette

5. Mexico city – 6.500 biciclette

6. New York – 6.300 biciclette

7. Taipei – 6.046 biciclette

8. Barcellona – 6.000 biciclette

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9. Montreal 5.120 biciclette

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10. Chicago 4.680 biciclette

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11. Milano 4.650 biciclette

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12. Bruxelles 4.115 biciclette

13. Lione 3.200 biciclette

14. Monaco di Baviera – 3.000 biciclette

15. Varsavia 2.950 biciclette

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Riuscirà la sharing economy a decollare anche in Italia?

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Qualche settimana fa su CapX, testata britannica che aggrega ogni giorno le migliori news da oltre 3,5 milioni di blog, giornali e testate accademiche fondato nel 2014 dal think tank Center for Policy Studies per promuovere il capitalismo democratico, è stato pubblicato un articolo in cui si argomentava sui perché in Italia la sharing economy sta facendo fatica a affermarsi. Autrice del pezzo è Beatrice Faleri, una studentessa italiana del King’s College di Londra e Senior Editor of Perspectives Contributor del collage.
SocialEconomy ha incontrato l’autrice per capire meglio il suo scetticismo sulla diffusione dell’economia della condivisione nel nostro Pese.

Nel suo articolo esprime in tre punti (sintetizzabili in a)poco senso civico b) paura di una reale libera concorrenza, c) paura del governo per le lobby che mirano a non incentivare la libera concorrenza) il perché in italia la sharing economy non decolla. Ci può articolare meglio questi tre punti?
Sicuramente ci sono problemi di fondo – debole crescita economica, peso della burocrazia, ecc – che influiscono in modo significativo sul “sottosviluppo” della sharing economy in Italia, tuttavia le ragioni che offro nel mio articolo sono quelle che si notano con maggiore evidenza osservando il contrasto fra l’Italia e il Regno Unito.
La mancanza di senso civico è, secondo me, fondamentale, e purtroppo molto difficile da eradicare. È un tratto tipicamente italiano che si nota in particolare per il contrasto con il resto d’Europa. Anche in una città cosmopolita e affollata come Londra, i graffiti sono pochi, le strade pulite e i servizi pubblici rispettati ed efficienti. Esemplare è il caso dei parchi: mentre a Londra sono mantenuti in maniera impeccabile e le varie attività che vi si svolgono attentamente vigilate, in Italia – e in particolare a Roma – i gradi parchi sono ridotti a uno stato di degrado mai visto prima. Certo, questo è anche una questione di amministrazione pubblica, ma c’è molto che i cittadini romani possono imparare dai londinesi. Il senso di responsabilità verso la comunità e l’ambiente urbano è infatti assolutamente necessario per lo sviluppo della sharing economy.
Per quanto riguarda la lotta di albergatori, tassisti e altri contro la concorrenza sleale di Airbnb, Uber ecc; credo che anche questo sia un tratto tristemente italiano. Le tasse eccessivamente alte e la pletora di parametri, requisiti, qualifiche e misure a cui si devono conformare le attività economiche regolamentate dallo stato rendono la nascita di nuove imprese estremamente difficile, e mantengono i prezzi dei servizi artificialmente alti.Credo che la risposta violenta di tassisti e albergatori a Uber e Airbnb, accusati di concorrenza sleale, sia una reazione comune in un epoca di profonodo cambiamento economico e tecnologico. Soprattutto i settori dei trasporti e dell’ospitalità stanno cambiando profondamente e votandosi a nuovi modelli di business, rendendo quelli tradizionali obsoleti: come in ogni ‘rivoluzione tecnologica’ vi è un momento di passaggio e forte attrito fra modelli economici antiquati e innovativi. In Italia stiamo attraversando questo momento di passaggio, e ci vorrà del tempo prima che l’economia e la società si adattino al cambiamento.
Il governo, d’altro canto, è ancora fortemente sbilanciato a favore di queste lobby, che attraverso scioperi e donazioni possono influenzare profondamente l’operato politico.
La diffidenza verso il libero mercato è, infine, uno dei tratti fondamentali che dividono nord e sud. Ha radici nelle vicissitudini storiche della penisola e influisce in buona parte alle differenze economico-sociali tuttora esistenti nel paese.

In alcune città i servizi sharing sono vittime di atti vandalici. Lei crede che questo farà fuggire quelle società (soprattutto quelle straniere) che avrebbero avuto voglia di investire o quelle che hanno già investito in italia nel settore dell’economia della condivisione?
Sarebbe un peccato se queste società abbandonassero un mercato così ricco di potenziale come quello italiano. Dubito che nonostante gli atti vandalici, aziende come Car2Go rinuncino del tutto all’Italia, ma è possibile che i loro servizi vengano meno in città dove l’uso improprio di questi sia più frequente. Credo, comunque, che l’Italia debba puntare a attività di condivisione che responsabilizzino chi usufruisce del servizio. In progetti come il car sharing, infatti, il servizio viene offerto da un’azienda, in un modello che prevede la condivisione ‘dall’alto verso il basso’. Attività come Airbnb e Blabla Car, invece, fanno si che i cittadini possano sia offrire che usufruire del servizio in questione. Questo tipo di attività, che disincentivano il vandalismo, sono il punto di partenza per un processo di responsabilizzazione sociale su cui bisognerebbe puntare per realizzare un modello di sharing economy di successo in Italia.

Sarebbe necessario a suo giudizio un atto politico del governo italiano che sostenga senza mezzi termini la creazione di nuove iniziative imprenditoriali nel settore della sharingeconomy?
La nascita della sharing economy è un processo prima di tutto spontaneo. I servizi di condivisioni sono creati e si sviluppano inizialmente dove c’è necessità, e si innestano nel tessuto socio-economico di una comunità in modo diverso, a seconda delle varie condizioni economiche, tecnologiche, sociali e culturali che incontrano. Per questo sono restia a suggerire che uno sforzo centralizzato, che non faccia differenze fra i livelli di sviluppo di tali condizioni nelle varie città possa avere sicuro successo. Una volta che si vengano a creare dei nuclei di crescita della sharing economy, tuttavia, è compito del governo di sostenere tali sforzi e incoraggiare il loro sviluppo e affermazione. A mio parere, il problema fondamentale che le piccole imprese innovative incontrano in Italia, a prescindere che siano organizzate sul modello della sharing economy o no – è il peso fiscale e della burocrazia che rende l’avvio e il primo sviluppo di un’impresa estremamente difficile. Il governo – che comunque ha fatto grandi progressi negli ultimi due anni nel riconoscere e analizzare lo sviluppo di progetti di condivisione – ha il compito di facilitare lo sviluppo di piccole imprese innovative e facilitare gli investimenti locali ed esteri.

Milano è un esempio di città che si è molto spesa nel supporto alla sharing economy. Conosce l’esprienza milanese? come la giudica?
Ho letto e sentito molto degli (ottimi, da quanto ho sentito) servizi di sharing economy a Milano. So, da fonti esterne, che soprattutto in vista dell’EXPO in città sono nate numerosissime iniziative volte a sviluppare tali servizi e dare l’opportunità ai visitatori di conoscere Milano con gli occhi dei cittadini. Un progetto su tutti è Sharexpo, organizzato dall’aministrazione e dai cittadini milanesi per favorire iniziative di condivisione di auto, cucine, camere private.
Nel mio articolo collego lo sviluppo della sharing economy a Milano con le radici storiche e culturali della città. Guida, insieme a Torino, della rivoluzione industriale italiana nel diciannovesimo secolo, Milano si è distinta come centro culturale e economico di intellettuali liberisti e imprenditori. Lo spirito di innovazione, libero mercato e progresso non ha abbandonato Milano che ancora oggi è in cima alla classifica italiana per i servizi di sharing economy.

Se la sente di suggerire, con gli occhi di chi osserva l’Italia dall’estero, una ricetta che possa favorire la l’economia della condivisione?
Come ho detto, riduzione del peso burocratico su piccole e medie imprese, agevolazioni per le startup, regolamentazione che non soffochi le nuove imprese e in generale, apertura verso progetti innovativi.

Nel suo articolo prevede che anche nella sharing economy ci possa essere un’Italia a due velocità con il nord che corre e il sud che stenta. Come si può evitare questo?
Penso che in questo momento il divario fra nord e sud per quanto riguarda lo sviluppo della sharing economy non possa essere evitato. Non è un caso che questo tipo di attività fioriscono soprattutto in città relativamente ricche, avanzate dal punto di vista culturale e digitale, meglio se con un forte senso di comunità (l’ambiente urbano è necessario alla sharing economy, per questo è più difficile parlare di paesi). Queste caratteristiche, purtroppo, mancano in molte città del sud, compresa Roma, che comunque devono affrontare problemi ben più importanti e radicati. Sono dell’idea che per il momento si debba lasciare che le diverse città italiane promuovano tali servizi indipendentemente, e allo stesso tempo si individuino e combattano i problemi delle città del sud alle loro radici. I progetti della sharing economy nascono, in genere, spontaneamente, e necessitano di alcune condizioni di base che molte città del Sud ancora non possono offrire.

Ci sonoi stati alcuni provvedimenti giudiziari (caso uber) oppure un atto del del ministero dello sviluppo economico che obbliga chi cucina a casa propria (caso Gnammo) al pagamento e alla presentazione di una dichiarazione di inizio attività che fanno riflettere sulla necessità di una normativa per regolamentare i servizi di sharing. Lei sarebbe favorevole o pensa che ci possa essere il rischio di ingessare una forma di economia nascente?
Per quanto riguarda casi come Gnammo, Airbnb o UberX/UberPop, credo che ci sia un errore di fondo nell’etichettare come una attività economica tradizionale. Il fondamento della sharing economy è proprio il suo aspetto informale, spontaneo e flessibile che non è replicato da nessun altro modello di business. Regolamentando rigidamente queste caratteristiche, si rischierebbe di soffocare, o comunque impedire la piena realizzazione, dei progetti legati all’economia condivisa. Molti si lamentano che imprese non regolate possano bypassare alcuni requisiti legali a cui le imprese tradizionali devono attenersi (standard igienici, qualificazioni ecc.). La soluzione potrebbe essere una forma di legislazione interna come quella nata nel Regno Unito (SEUK è una piattaforma legale e amministrativa con un codice preciso che unisce le varie attività e imprese di sharing economy), oppure un programma di regolamentazione ad hoc, che tenga conto delle caratteristiche fondamentali dei servizi condivisi e la loro differenza dal modello di business tradizionale.

Ci sono alcuni studi (Airbnb su impatto su Atene e Madrid o uno pubblicato in UK realizzato da Intuit) che hanno calcolato il ritorno economico per i soggetti privati che decidono di diventari attori della sharing economy. Secondo lei la sharing economy può essere un mezzo che può contribuire, in una fase non felicissima per l’economia e per le famiglie italiane, alla ripresa economica e indirettamente a spingere i consumi?
Sono fermamente convinta che la sharing economy possa contribuire in modo significativo alla ripresa economica di determinate comunità e centri urbani, nonostante lo sviluppo del settore non sia abbastanza omogeneo da garantire e guidare la ripresa dell’intero Paese. Come ho detto sono necessarie alcune condizioni – accesso a internet e avanzamento tecnologico in primis – ma soddisfatte queste io credo che ci sia un grande potenziale per le famiglie italiane di trarre profitto dalle attività di sharing. Affittare una stanza in disuso, offrire la propria cucina e la propria tavola, condividere un viaggio in macchina per risparmiare sul carburante sono tutte attività che possono aiutare in modo sostanziale una nuova spinta ai consumi. Per questo ritengo che legislazioni e regolamentazioni troppo rigide possano essere particolarmente dannose: molto spesso sono famiglie o singoli che svolgono questo genere di attività per arrotondare, o come secondo lavoro, e in quanto tali queste iniziative non possono essere regolate e tassate come business tradizionali. La sharing economy è un esempio di capitalismo democratico, a cui tutti possono partecipare investendo una parte modesta di capitale, molto spesso ‘immobile’ fino a quel momento (una camera in disuso, per esempio), condividendolo con la comunità a prezzi competitivi e generando profitti per sé e per gli altri. Inoltre, e questo è un punto che è importante sottolineare, le attività della sharing economy potrebbero essere la risposta all’insostenibilità del modello economico di mainstream. Condividere – invece di semplicemente sfruttare – oggetti e servizi permette di risparmiare su risorse e costi e potrebbe risultare nell’evoluzione del modello capitalista in uno nuovo, più sostenibile a livello economico e ambientale.

In Usa la sharing economy è entrata nel dibattito tra i possibili candidati alle prossime elezioni per la presidenza USA relativamente alla tutela dei lavoratori. ha una posizione in merito?
Credo che la posizioni più chiare sulla sharing economy siano state offerte dai candidati democratici Clinton e Sanders. Sanders in particolare è rimasto fedele ai suoi ideali politici nel dichiarare ferma opposizione a imprese del genere, per timore delle ripercussioni negative per gli impiegati, che in aziende come Uber non possono usufruire di contributi, protezioni e i cui diritti lavorativi sono poco chiari. D’altro canto Clinton ha sì, espresso preoccupazione per quanto rigaurda i rischi che corrono gli impiegati ‘irregolari’ di compagnie come Uber, ma si è anche detta consapevole delle potenzialità della sharing economy nello sviluppo di nuovi servizi innovativi e nella creazione di servizi condivisi che siano di beneficio alla comunità. Alcuni Repubblicani, tradizionalmente pro-business, si sono dichiarati a favore della sharing economy, ma non hanno offerto spunti particolarmente originiali per la discussione. Mi aspetto comunque che i due candidati per le elezioni di Novembre 2016 dovranno affrontare il tema con particlolare attenzione: la sharing economy è nata proprio nel polo d’innovazione americano della Sylicon Valley, ed è tutt’oggi un argomento che divide l’opinione pubblica. Ritengo comunque che un approccio alla Clinton, cautamente favorevole, sia preferibile a un soffocamento definitivo delle varie compagnie che offrono servizi di sharing economy. Gli Stati Uniti sono da sempre all’avanguardia nell’innovazione economica, e credo che l’intervento del nuovo presidente sarà fondamentale per preservare, incoraggiare e regolare (poco e dove serve) la sharing economy, ed essere da esempio ad altri governi alle prese con simili problematiche.

Ultima domanda: a Londra, la città in cui vive, qual è lo stato di salute dell’economia della condivisione? ci sono società/servizi ai quali l’Italia potrebbe ispirarsi?
Londra è da sempre città d’avanguardia, e dunque una delle prime a sperimentare con la sharing economy. Il servizio di bike sharing è particolarmente popolare e funziona perfettamente, ma in generale la stragrande maggioranza delle attività innovative e delle startups nasce ed è incubato nell’ambiente cosmopolita londinese. Molto popolari sono anche i servizi di peer-to-peer lending, che sono estremamente utili per la nascita e lo sviluppo di ancora nuove imprese. Il sistema della sharing economy londinese è esemplare in quanto, in generale, si mantiene e finanzia autonomamente attraverso crowdfunding e crowdsourcing, ma è comunque incoraggiato da un governo aperto al libero mercato e concentrato sull’innovazione. L’atmosfera giovane, dinamica e cosmopolita della città la rende un hub desiderabile per la nascita e lo sviluppo di attività di condivisione e sviluppo tecnologico. Anche il più recente impegno ecologico del sindaco Boris Johnson hanno causato maggiore popolarità in servizi di sharing sostenibili.
A Londra, inoltre, è stato fondato il SEUK (Sharing Economy UK), il primo tentativo spontaneo di unire e regolare i servizi di sharing economy nel paese. Questo tipo di iniziativa potrebbe essere la risposta al problema italiano della regolamentazione dei servizi di sharing; ma in generale è la mentalità anglosassone, e in particolare londinese, che gli italiani dovrebbero prendere a modello per un più fiorente sviluppo dell’economia della condivisione.

Uber chiede il sostegno del proprio popolo contro le nuove regole della Transport for London

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Uber, tramite una mail mandata ai propri clienti, ha annunciato che Transport for London (TfL), l’autorità dei trasporti della capitale UK, pubblicherà a stretto giro alcune proposte di nuove norme per regolamentare il ride sharing.
Secondo la stessa società, se queste regole dovessero essere approvate, la fine della Uber che conosciamo. Secondo quanto scritto via mail dalla società californiana, il provvedimento fissa a cinque minuti l’attesa minima per un’auto, anche qualora fosse immediatamente disponibile. Inoltre il provvedimento proposto non consentirebbe più di visualizzare, tramite app, la macchina più vicina.
TfL, sempre secondo Uber, vuole anche limitare il carpooling, compresi i nuovi servizi come uberPOOL, e costringerebbe i driver a guidare per un solo operatore. Contro queste nuove regola Uber ha chiamato a raccolta il proprio “popolo” invitandolo a firmare una petizione online. In pochi minuti a rispondere all’appello sono stati già circa 18 mila utenti.

Gli USA confermano la propria leadership nella sharing economy. In Europa è Londra la capitale dell’economia della condivisione

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Gli Stati Uniti confermano la propria leadership a livello mondiale nel settore della sharing economy. A dirlo, come riportato dal Telegraph e da TechCityNews, è uno studio realizzato da JustPark – società britannica che consente la condivisione parcheggi privati – che ha analizzato la nazionalità delle principali realtà dell’economia della condivisione. Gli USA, con in testa le città di San Francisco e New York, sono il Paese in cui ha sede oltre la metà delle 865 start-up sharing prese in esame. In Europa il primato spetta al Regno Unito, patria del 10% dei player globali della sharing economy. A livello di capitali europee, come facilmente immaginabile, a spiccare è Londra che “ospita” 72 società sharing. Questo dato rende quindi la cittá del Big Ben la capitale europea dell’economia condivisa. Come emerge dalla mappatura realizzata dal Telegraph, le altre città del vecchio continente che inseguono Londra in questo primato sono nell’ordine Parigi, Madrid, Berlino e Amsterdam. La ricerca evidenzia oltre al dato della nazionalità la rapida crescita dell’economia della condivisione nel corso degli ultimi anni, rivelando che oltre la metà delle aziende sono state fondate nel 2013 o successivamente. Secondo uno studio realizzato da Price Waterhouse che SocialEconomy vi ha raccontato alcuni mesi fa, le stime di crescita in UK della sharing economy sembrano essere molto solide: i ricercatori di PWC prevedono, infatti, che le società UK dell’economia condivisa nel 2025 potranno arrivare a generare un fatturato complessivo di di 15 miliardi di US Dollari. A livello mondiale le stesse previsioni parlano, invece, di revenues totali al 2025 pari a US $ 335 miliardi.

Chiude Contributoria, la piattaforma di giornalismo supportata dai lettori

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Chiude Contributoria, la piattaforma di giornalismo finanziata dal Guardian a metà strada tra una piattaforma di blogging e un servizio di crowdfunding. Il sito di news, fondato da Matt McAlister, head of new digital business del Guardian e Sarah Hartley, ex giornalista dello stesso quotidiano britannico, nel 2012 si era aggiudicato il premio dell’ Inter­na­tio­nal Press Institute’s News Inno­va­tion Con­test quale progetto editoriale più innovativo. A dare la notizia è stato Politico.EU che ha rilevato che nelle scorse settimane i fondatori hanno annunciato con una lettera ai membri del giornale la decisione di chiudere. Adesso arriva dalle pagine web della testata anche l’ufficialità. Sul sito si scrive, infatti, che Contributoria chiuderà il primo di ottobre dopo 21 edizioni mensili aggiungendo che i suoi articoli rimaranno comunque visibili in modalità Common Share liberi quindi di essere ripubblicati secondo le regole della licenza. Contributoria è nata a gennaio del 2014 con l’idea di offrire a giornalisti free lance uno spazio dove pubblicare i propri articoli in cambio di un compenso e per sostenere, quindi, il giornalismo indipendente di qualità. Da allora sono stati pubblicati 787 articoli e distribuiti agli autori compensi pari a oltre 268 mila sterline. Il funzionamento di Contributoria, il cui motto era “People supporting journalism” consisteva in pochi semplici, ma innovativi, passi: i giornalisti proponevano le proprie idee di reportage, la community di utenti paganti, tramite la sottoscrizione di una membership, votavano le proposte e le sostenevano dal punto di vista economico; gli articoli finanziati venivano poi pubblicati con cadenza mensile.

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Coboat: il coworking su un catamarano di 82 piedi

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Può un catamarano di 82 piedi diventare un ufficio in coworking? La risposta è si.
Coboat, startup inglese con sede a Londra, come raccontato per primo da Business Insider è nata per realizzare il sogno di ogni amante del mare: lavorare comodamente e con tutti i confort dell’ufficio godendosi contemporaneamente la natura e la navigazione. Il tutto in un contesto stimolante che può contribuire, grazie anche alla presenza di altri ospiti, alla nascita di nuove idee. Il catamarano, che può ospitare contemporaneamente 20 nomadi digitali, è dotato di: connessione wi-fi, comode postazioni di lavoro, elettricità – garantita da energia solare e eolica -, cabine e cucina. Le prossime destinazioni per l’ultimo trimestre del 2015 sono Tailandia, Sumatra, Andaman e Isole Nicobar. Il costo a settimana, che comprende tutti i servizi a bordo e i pasti (escluso alcolici) per una di queste destinazioni è di 980 euro. Tra le mete che toccherà Coboat c’è anche l’Italia: il catamarano navigherà le acque italiane tra fine luglio e fine agosto 2016 toccando le coste della Sicilia e della Sardegna.
Infine, Coboat, insieme a Jovoto, piattaforma di progetti creativi, sul proprio sito ha lanciato un format che mette in palio cento giorni di navigazione sul catamarano gratuitamente per il miglior progetto creativo presentato. Al concorso possono partecipare fotografi, video maker, autori, musicisti, designer, programmatori, foodie, blogger, viaggiatori o imprenditori. Per candidarsi occorre presentare il proprio progetto (ad esempio un film, un libro, una nuova idea di business, una app) entro il 16 settembre 2015. Coboat ha scelto come partner della sua iniziativa Jovoto, azienda con sede a Berlino e leader globale nel crowdsourcing creativo, che offre una piattaforma ideale in cui i candidati possono presentare la propria idea mettendo a disposizione delle aziende una sorta di banca dati di creativi in grado  di sviluppare e gestire progetti complessi. 
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Londra accelera sulla sharing economy

Nella giornata di ieri Brandon Lewis, Minister of State for Housing and Planning at the Department for Communities and Local Government, ha annunciato le linee guida della riforma che consentirà ai londinesi di poter affittare per brevi periodi la propria abitazione.

Fino a oggi infatti, per via di una vecchia norma risalente al 1973, i londinesi che decidevano di affittare il proprio appartamentoper meno di 90 giorni potevano farlo soltanto dopo aver chiesto uno specifico permesso amministrativo a pagamento. Coloro che decidevano di rischiare affittando la propria casa senza questo permesso erano soggetti a una multa fino a 20 mila sterline per ogni violazione.

Adesso invece si cambierà e tutto sarà più semplice. Tra le motivazioni che hanno spinto questa riforma c’è quella di consentire ai proprietari di casa londinesi di avere delle entrate extra e di aumentare la competitività dell’offerta di alloggi per i turisti nell’ottica di dare un ulteriore impulso al turismo londinese.

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