L’app per scambiarsi gratuitamente i posti barca è disponibile su App Store e Google Play

  

Di Easy Harbour, la startup che consente ai diportisti di scambiarsi gratuitamente il proprio posto barca, via avevano già parlato in questo post. Oggi ritorniamo a occuparcene perché, come promesso dai fondatori, l’app è stata varata ed è ora disponibile per i dispositivi iOS e Android rispettivamente su App Store e Google Play. Easy Harbour è stata pensata, in pieno stile sharing economy, per facilitare economicamente l’ormeggio nelle marine italiane. Infatti, soprattutto nei mesi estivi, ormeggiare in porto può diventare un’impresa sia per i pochi posti disponibili sia per prezzi che in alta stagione possono essere davvero proibitivi. Allo stesso tempo molti posti barca vengono lasciati liberi e restano inutilizzati. Easy Harbor mette in contatto i proprietari, o gli affittuari, dei posti barca attraverso una community e consente di annullare i costi d’ormeggio in porto. L’utilizzo è molto semplice:
basta scaricare l’ app, attraverso un qualsiasi dispositivo mobile,per poter mettere a disposizione uno o più posti barca e accedere alle offerte inserite da altri diportisti. Easy Harbor, in seguito a questa prima fase di start-up, offrirà anche la possibilità di vivere al meglio l’ormeggio in porto attraverso una serie di funzioni della propria app come il “diario di porto” che consentirà agli utenti di lasciare consigli sui servizi che si trovano in porto; lo “scandenziere” per non dimenticarsi nessuna scadenza di pagamento o revisione degli accessori della barca e notizie sugli eventi organizzati dalle marine. Easy Harbor va ad affiancarsi a altri servizi dell’economia della condivisione per gli amanti del mare con in testa il boat sharing, che con le varie uber del mare (Incrediblue, Antlos e Sailo le più famose) sta conquistando tanti consensi sia in Italia che all’estero. 

Regali di Natale indesiderati? In Germania si possono scambiare con i libri 

  
A Natale capita di ricevere dei regali che per varie ragioni, gusto o taglia errata, non possono essere utilizzati da chi li ha ricevuti. Per rispondere a questa esigenza e per fare, parallelamente, un’azione a favore della cultura e della solidarietà verso i meno fortunati, l’editore tedesco Bastei Lübbe e il retailer Hugendube hanno inventato, in uno spirito tipico della sharing economy,un chiosco in cui i doni non apprezzati possono essere scambiati con libri. L’iniziativa, che si concluderà domani 30 dicembre, si sta svolgendo in tre centri commerciali di Monaco, Ingolstadt e Norimberga. Recandosi in questi mall sarà infatti possibile inserire all’interno dei chioschi i doni che si vogliono scambiare, indipendentemente dal loro valore, e in cambio si riceveranno alcuni titoli della casa editrice tedesca. I regali scambiati verranno, invece, donati a alcune organizzazioni che si occupano di charity

TimeRepublik, la “banca” che usa il tempo come unica moneta

  
TimeRepublik è una società che è stata fondata nel 2012 da Gabriele Donati e Karim Varini per creare un “luogo” dove le persone possono scambiare liberamente i il proprio talento e le proprie competenze con il tempo, usando quindi la scansione temporale come unica moneta. Attualmente TimeRepublik opera a New York, Italia, Svizzera, Brasile, Spagna, Francia, Germania, Danimarca, Russia e Paesi Bassi. Attualmente sulla piattaforma peer-to-peer di TimeRepublik sono condivisi oltre  100 mila talenti condivisi in più di 110 paesi in tutto il mondo. 

SocialEconomy ha incontrato Karim Varini per approfondire meglio il funzionamento e le prospettive di TimeRepublik

Come e quando nasce l’idea di fondare TimeRepublik?

La genesi dell’idea risale all’inizio del 2000: abbiamo visto una trasmissione in TV che spiegava il funzionamento di una banca del tempo tradizionale. Ci siamo detti: Sarebbe fantastico, se si potesse creare una Banca del Tempo globale sfruttando il web, per mettere in contatto un freelancer di New York con un pensionato di Milano. Nel 2011, grazie anche al boom dei social network, abbiamo deciso di sviluppare l’idea iniziale e a fine 2012 abbiamo lanciato la versione public beta.

Come è stata finanziata l’idea iniziale?

Tramite investimenti arrivata dalla cerchia family&friends

Cosa vi differenzia rispetto alle banche del tempo tradizionali?

Timerepublik è la piattaforma web peer-to-peer (p2p) che si ispira al concetto di «banca del tempo» e lo allarga, grazie al web, estendendolo su scala globale. Al suo interno, innumerevoli generi di servizi vengono richiesti e offerti da persone che pagano e incassano, per le prestazioni offerte, non denaro, bensì crediti in Tempo, spendibili proprio come moneta, allo scopo di ottenere altri servizi.  Ogni nuova collaborazione diventa l’occasione per lasciare e ricevere feedback sulla qualità del servizio e sulla cortesia nella relazione, che rendono visibile agli altri utenti della piattaforma – e a tutto il popolo della rete -, la bravura e l’affidabilità di chi si è messo a disposizione, anche a scopo di promozione occupazionale. La piattaforma prevede, inoltre, un sistema di assegnazione di attestati di qualità, al raggiungimento di specifici obiettivi. Inoltre, TimeRepublik si rivolge inizialmente a freelanceers, startuppers e studenti. Senza però dimenticare quel bacino fantastico di competenze spesso dimenticate (se non scartate dal mercato): l’utenza over 60.

Quanti sono i vostri utenti oggi?

Oggi quasi 100 mila servizi sono offerti da utenti provenienti da 110 paesi del mondo.

Notate una crescita di attenzione degli italiani allo scambio tempo / competenze?

Assolutamente si e non solo a causa della fase di recessione/stagnazione che purtroppo permane sino ad assumere i caratteri da strutturalità. Questo cambiamento è iniziato prima del 2008, a seguito – forse – di una presa di coscienza maggiore rispetto al passato riguardante la prevalenza del concetto di utilizzo e scambio rispetto a quello della proprietà.

Lei e l’altro fondatore venite da mondi differenti: uno dalla finanza  e l’altro dal mondo del jazz. Siete stati stati uniti più dalle differenze che dai punti di contatto?

Gabriele ed il sottoscritto siamo due persone sotto sotto non molto diverse che certamente abbiamo scelto due strade diverse nel nostro percorso formativo accademico. Con Gabriele condivido molte passioni, quali quelle per la storia e la filosofia, il jazz – anche se ovviamente non posso certo competere con un professionista quale è Gabriele – e barbeque ad alta quota

Qual è il modello di business? Quali sono le fonti di revenue?

Sono di due tipi. Nel breve periodo, puntiamo ad un modello cosiddetto B2B (TimeRepublik Enterprise): offriamo la nostra tecnologia (attraverso la vendita di licenze di utilizzo) alle aziende, sempre più interessate a dotarsi di strumenti in grado di:
sostenere e migliorare il Team Building, favorendo relazioni interne ed esterne ai rapporti di ruolo, mettere in luce le competenze “altre” e le passioni dei collaboratori, che possono incrociarsi e interagire completando e arricchendo il rapporto professionale (Talent Mapping tool) e infine integrarsi nei piani di CSR. Nel medio periodo, di pari passo all’acellerazione del processo di user acquisition, cercheremo di attivare le leve del Asynchronous B2C: fornendo dati statistici di comportamento aggregati (si pensi all’interesse che le aziende assicurative hanno nel progettare nuovi prodotti assicurativi, che noi chiamiamo di micro-insurance, in grado di coprire il rischio durante lo svolgimento di una specifica attività entro un determinato timeframe), oppure dati puntuali (sempre solo se il singolo utente lo consente esplicitamente): pensiamo di fornire alla società di reclutamento del personale (Employment Agencies) una funzionalità premium in grado di andare ad indetificare la persona che meglio risponda a certe esigenze.

E’ possibile ipotizzare un collegamento tra le banche del tempo e il mondo del lavoro/risorse umane?

Come detto prima, questo collegamente rientra a pieno titolo in una leve di revenues che si vuole attivare. Recentemente, una società di online recruitemente leader nel mercato europeo ci ha contattato recentemente chiedendoci una proposta di collaborazione.

Ritenete che la sharing economy possa avere un ulteriore sviluppo in Italia e all’estero?

Assolutamente si, siamo solo agli inizi.
Esiste secondo voi l’esigenza di regolamentare i servizi sharing?

Oggi questo rappresenta, assieme alla questione legata al “trust”, il tema più caldo in seno al mondo della sharing economy. È mia personale opinione, che prima di affrontare questo tema, occorra però fare chiarezza attorno al concetto di sharing economy e distinguerla nitidamente da iniziative che sono soprattutto attività commerciali, in quanto implicando l’offerta (e non la condivisione) di merci o servizi in cambio di denaro. Personalmente, credo che per regolare nel modo corretto la sharing economy occorra dotarsi di qualche chilo di buon senso… cosa non così scontata.

Airbnb: 323 milioni di Euro l’impatto economico su Madrid

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Continua il viaggio di SocialEconomy per raccontare l’impatto economico che genera Airbnb nelle città in cui è presente. Dopo avervi raccontato l’influenza sull’economia nella città di Atene e Barcellona rimaniamo in Spagna spostandoci nella sua capitale. Lo studio realizzato dalla massima società mondiale di home sharing prende in esame il periodo che va da gennaio 2014 a dicembre dello stesso anno, lasso di tempo in cui 3.200 host madrilèni hanno ospitato viaggiatori Airbnb per una media di 68 giorni all’anno.
La maggioranza dei proprietari di casa che hanno inserito il proprio immobile nella piattaforma di sharing, il 22%, si occupa di servizi nell’ambito di settori creativi (arte e design) mentre solo il 9% lavora nel mondo della finanza e il 7% nel campo dei servizi di hospitality. L’88% dei viaggiatori Airbnb che hanno visitato la capitale spagnola l’hanno fatto per vacanza o per fare visita ad amici o familiari.
Il 65% dei viaggiatori è europeo, mentre il 19% arriva dal Nord America.
L’impatto complessivo sull’economia della capitale della penisola iberica è stato di 323 milioni di euro, considerando sia le entrate arrivate direttamente agli host Airbnb dai guest ospitati, sia le spese indirette e indotte generate da coloro che hanno soggiornato a Madrid attraverso la piattaforma.
A livello di impatto sull’occupazione, Airbnb ha supportato nel periodo considerato 5.130 posti di lavoro. Il tipico host Airbnb di Madrid ha guadagnato circa 320 euro al mese dall’affitto della propria abitazione. Quanto ricavato dalle entrate generate dall’attività di hosting è servito ai proprietari degli immobili principalmente per pagare le spese ordinarie delle proprie abitazioni (30%) o per sovvenzionare l’affitto o il mutuo (22%).
Ricadute positive ci sono anche per i quartieri in cui sono situate le abitazioni: ogni ospite in media ha speso 478 euro nelle vicinanze del proprio alloggio durante il periodo a Madrid. Ulteriore beneficio emerso dal sondaggio effettuato da Airbnb presso gli “ospitanti” della città del Prado è quello sociale. Gli host hanno, infatti, evidenziato, come accaduto anche a Atene, che uno dei vantaggi è l’arricchimento culturale derivante dall’aver ospitato cittadini stranieri con diverso background, cultura e lingua.
Ultimo aspetto preso in esame da Airbnb è quello relativo all’impatto positivo sull’ambiente derivante dall’aver soggiornato in abitazioni anziché nella tradizionali strutture recettive: a livello energetico è stata risparmiata corrente elettrica pari a quella di 2.950 abitazioni; l’acqua consumata in meno è pari a quella necessaria per riempire 50 piscine olimpiche; le emissioni di gas in meno sono state pari a quelle di 8.500 automobili; mentre il risparmio in termine di minor rifiuti prodotti è stato misurato in 400 metri cubi di tonnellate.

Airbnb: 69 milioni di Euro l’impatto economico su Atene

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Che impatto genera la
sharing economy su una città? Per rispondere a questa domanda, Airbnb, uno dei massimi player dell’economia condivisa, ha realizzato – per alcuni dei comuni in cui è presente – dei report in cui analizza l’effetto economico, sociale e sull’ambiente derivante dalla propria presenza. Socialeconomy vi racconterà in diverse puntate quanto emerge da queste ricerche iniziando il viaggio da Atene, una delle capitali europee che più ha risentito negli ultimi anni della congiuntura economica.
Lo studio, realizzato dalla società californiana, prende in esame il periodo che va da ottobre 2013 a settembre 2014 (mesi in cui la Grecia è stata guidata da Antonis Samaras che successivamente, nel 2015, ha lasciato il posto al leader di Syriza Alexis Tsipras) intervallo temporale in cui 720 host ateniesi hanno ospitato viaggiatori Airbnb per una media di 68 giorni all’anno. Il 31% dei proprietari di casa che hanno inserito il proprio immobile nella piattaforma di sharing si occupa di servizi nell’ambito di settori creativi (arte e design) mentre solo il 7% lavora nel mondo della finanza. L’impatto complessivo sull’economia della capitale greca è stato di 69 milioni di Euro, considerando sia le entrate arrivate direttamente agli host Airbnb dai guest ospitati, sia le spese indirette e indotte generate da coloro che hanno soggiornato attraverso la piattaforma. A livello di impatto sull’occupazione Airbnb ha supportato 1.060 posti di lavoro. Il 73% degli host non sono impiegati stabilmente e il 28% di loro ha dichiarato che le entrate generate dall’hosting sono servite per finanziare la propria attività di freelance oppure ad avviare una nuova attività. La maggioranza di quanto ricavato dall’affitto è comunque servita agli ateniesi per pagare le spese ordinarie delle proprie abitazioni e le tasse di proprietà immobiliare. Ricadute positive ci sono anche per i quartieri in cui sono situate le abitazioni: ogni ospite in media ha speso 218 euro nelle vicinanze del proprio alloggio durante il periodo di permanenza nella Comune guidato dal Sindaco Giorgos Kaminis. Ulteriore beneficio emerso dal sondaggio è quello sociale. Gli host hanno, infatti, evidenziato che uno dei vantaggi è l’arricchimento culturale derivante dall’aver ospitato cittadini stranieri con diverso background, cultura e lingua. Ultimo aspetto preso in esame da Airbnb è quello relativo all’impatto positivo sull’ambiente derivante dall’aver soggiornato in abitazioni anziché in tradizionali strutture ricettive: a livello energetico è stata risparmiata corrente elettrica pari a quella di 621 abitazioni; l’acqua consumata in meno è pari a quella necessaria per riempire 10 piscine olimpiche; mentre il risparmio in termine di minor rifiuti prodotti è stato misurato in 89 metri cubi di tonnellate.

GoCambio: viaggiare al tempo della sharing economy

www.gocambio.com

SocialEconomy ha incontrato Martina Fava, Country Manager Italia di GoCambio, società irlandese nata per mettere in contatto le persone che vogliono viaggiare con quelle che hanno una stanza libera e la voglia di migliorare la conoscenza di una lingua. Il vantaggio è comune: chi vuole viaggiare riceverà un alloggio gratuito, mentre chi vuole apprendere riceverà le lezioni prescelte in modo altrattanto gratuito.

Ci illustra come funziona GoCambio?
L’iscrizione al sito, cosi’ come il suo utilizzo, è gratuita. Può iscriversi chiunque purchè maggiorenne. Ci si può iscrivere come host (per ospitare e ricevere in cambio un paio di ore di conversazione in lingua al giorno) o come guest (per essere ospitati, fare esperienze di viaggio autentiche con gente del posto e quindi condividendone la cultura). Per iniziare bisogna creare un profilo (http://gocambio.com/register/) e renderlo il piu’ accattivante possibile per avere maggiore vibiliità caricando foto, aggiungendo un’accurata descrizione, raccontando di se stessi, i propri gusti e esperienze. Una volta completato il profilo inizia la ricerca del potenziale host/guest che avviene inserendo i diversi criteri di scelta nei campi di ricerca al fine di selezionare i profili più compatibili. Il passo successivo che consigliamo è quello di fare una chiacchierata su Skype o tramite altri social media per assicurarsi di essere compatibili. Una volta scelto accuratamente l’host/guest bastera’ inviargli una “cambio offers” con tutti i dettagli circa il “baratto”. Nel “contratto” di cambio andranno indicate le ore di lezioni di lingua. Mi preme sottolineare che la persona ospite non sarà un insegnante ma bensì un nuovo amico dell’altra parte del mondo e che le ore di conversazione non sono altro che un incentivo per spendere del tempo insieme e ricambiare l’ospitalità.

A chi e come è venuta l’idea di GoCambio? 

L’idea di GoCambio nasce da Ian O’Sullivan e sua sorella Deirdre Bounds, fondatori della più grande piattaforma di viaggi e scambi per studenti, i-to-i . L’idea e’ nata durante una passeggiata domenicale lungo le scogliere di County Waterford in Irlanda, dove vive Ian O’Sullivan. Passeggiando si sono chiesti perché la gente debba spendere cosi tanti soldi in lezioni di lingua all’estero e di quanto fosse difficile trovare un tutor di conversazione in lingua straniera. Da qui l’idea di mettere in contatto le persone che in tutto il mondo vogliono migliorare la loro capacità di parlare una lingua straniera con coloro che viaggiano in modo indipendente per creare una grande community e aiutare alcune persone a imparare spendendo meno e altre a viaggiare spendendo meno.

Qual è la fonte di revenues di GoCambio?

Per il momento la piattaforma non è monetizzata, quindi, non abbiamo nessun tipo di entrate. Stiamo valutando diversi servizi per i quali verrà richiesto agli utenti di pagare (come la possibilità di avere un account premium o di farsi verificare), ma per ora il completo utilizzo della piattaforma è gratuito.

Per essere host e guest occorre superare una selezione? Come tutelate i vostri iscritti? 

No, per essere guest e host non occorre superare nessuna selezione. Ogni utente, al momento della registrazione, passa attraverso un sistema di autenticazione, deve infatti verificare il suo numero di cellulare e la sua mail. Inoltre, ogni mattina visioniamo tutti i profili dei nuovi iscritti e ci accertiamo che non ci sia nulla di inappropriato.

Vi ritenete più un operatore turistico o una realtà dell’economia condivisa?

Non ci riteniamo assolutamente un operatore turistico. Noi ci occupiamo di mettere in relazione persone che hanno interessi e passioni comuni e che possano quindi trovare il modo di incontrarsi in qualche parte del mondo e scambiare competenze e conoscenza. Inoltre la nostra piattaforma, ripeto, è gratuita mentre difficilmente si trova un operatore di viaggio disposto a pianificare il tutto gratuitamente. Quindi direi che ci riteniamo al 100% una realtà dell’economia collaborativa.

Che riscontri avete sull’italia e sugli italiani? Quali sono le mete che riscuotono maggiore successo?

La startup in Italia e’ stata lanciata solo agli inizi di aprile e in soli quattro mesi siamo il secondo paese con piu’ alto numero di iscritti su tutta la piattaforma. Abbiamo 831 utenti dall’Italia, contro i 1373 della Spagna. In Spagna è stato più facile far conoscere GoCambio in quanto altre piattaforme, quali per esempio Caouchsurfing o AirBnb, non sono né note né utilizzate come in Italia e quindi per gli spagnoli GoCambio ha rappresentato una vera e propria novità.

E’ possibile sapere quali sono gli insegnamenti più richiesti?

Come da ogni aspettativa, l’insegnamento piu’ richiesto e’ quello della lingua inglese ma ci sono tante richieste anche per lo spagnolo e il francese. Inoltre, sono tante anche le persone che si offrono di cucinare piatti tipici o condividere competenze fotografiche o tecnologiche come ad esempio la programmazione.

Avete intenzione di espandere ulteriormente il vostro network?

GoCambio e’ stato lanciato ufficialmente alla fine di marzo e in soli cinque mesi conta già quasi sei mila utenti in cento paesi prevalentemente europei. L’obiettivo e’ quello di “invadere” il mondo orientale, a tal fine si sono appena aggiunti al team due ragazzi asiatici, uno dal Giappone e l’altra dalla Corea del sud, e da settimana prossima ci sarà anche una ragazza australiana. Le aspettative sono alte cosi come il potenziale.

Negli Usa e anche in Italia da piu parti viene avvertita la necessita di regolare i servizi della sharing economy, avete un’idea al riguardo?

Seguiamo molto quello che succede nell’universo della sharing economy e ciò a cui vanno incontro piattaforme come Airbnb e Uber, in termini di regolamentazione dei servizi. Per il momento non è la nostra prima preoccupazione perché tutto ciò che fa GoCambio è mettere in contatto tra loro utenti, i quali si organizzano su una pura forma di scambio che non prevede nessuna retribuzione ma solo un “ti ospito e in cambio mi insegni la tua lingua”. Non essendoci nessun tipo di scambio di denaro, per ora non andiamo incontro a problematiche del genere. Ma è vero che cerchiamo di tenerci aggiornati perché comunque trattandosi di sharing economy riguarda anche GoCambio.

Avete uffici in Italia? Credete nell’ulteriore sviluppo del vostro business nel nostro Paese e più in generale nello sviluppo della sharing economy?

Al momento la nostra unica sede e’ a Youghal, Co. Cork, in Irlanda, poichè uno dei fondatori, Ian O’Sullivan vive in quella zona. Il nostro team e’ multinazionale: due italiane, uno spagnolo, una ragazza francese, una tedesca, due irlandesi, uno dal Venezuela, un giapponese,  un Sud Coreano e abbiamo avuto una ragazza da Taiwan che per motivi di visto è dovuta tornare nel proprio Paese.

Visto che siete  un’azienda giovane avete qualche idea per aumentare, incentivare o sostenere l’iniziativa privata?

In realtà l’unica cosa che ci sentiamo di dire, guardandoci intorno soprattutto nell’universo delle startup della sharing economy (in continuo aumento!), è di mettercela tutta quando si ha una buona idea, di circondarsi di un team con una forte  passione, che creda nel progetto e che è disposto a far di tutto per portarlo al successo. Credo che la chiave del successo siano le persone con le quali scegliamo di circondarci per raggiungerlo. Sicuramente i risultati non si vedono subito, ma quasi da un giorno all’altro, prima di quanto si pensi, arrivano e ci si sente estremamente appagati.

E’ in progetto anche un’app?
Si, al momento il nostro team di developer è nelle Filippine dove sta lavorando alla nuova versione del sito (totalmente rivoluzionato e con tante novità) che è prevista per il mese di novembre, successivamente arriverà anche l’app.

Come funzione Gocambio (video)

La #sharingeconomy a Milano (e non solo)

Milano è certamente una città in cui molto può essere condiviso. SocialEconomy, utilizzando anche la mappatura delle realtà italiane attive nella sharing economy fatta da Collaboriamo.org, ha realizzato una infografica che mostra tutto quanto si può condividere (gratuitamente o a pagamento) all’ombra del Duomo (e non solo).

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