Gig economy: Taskhunters, l’app che aiuta gli universitari a trovare un lavoro occasionale 


La gig economy, insieme alla sharing economy, continua senza sosta a attrarre l’interesse della business community. Ultima startup dei lavoretti è Taskhunters è la prima piattaforma in Italia che permette agli universitari di mantenersi agli studi, trovando lavori temporanei come: fare la spesa al supermercato, ritirare le camicie in tintoria, traslochi, commissioni in posta, dog sitter, assistenza informatica.
Tecnicamente Taskhunters è marketplace online di lavori occasionali attivo, al momento soltanto a Milano. Il funzionamento è semplicissimo: tramite l’app per smartphone di Taskhunters – disponibile per Android su Google Play e per iOS su Apple Store – gli utenti possono postare la propria richiesta indicando prezzo e condizioni, scegliendo tra più
categorie fra cui: shopping, faccende domestiche, assistenza personale, ritiro e consegna, pet care.
Gli studenti universitari possono candidarsi per svolgere queste attività, accettare il compenso o contrattare un importo più elevato. Chi posta l’offerta potrà scegliere a chi assegnare il lavoro, selezionando lo studente più adatto tra le persone che si sono proposte.
Una volta completato il lavoro, il pagamento si effettua online attraverso la piattaforma Stripe. Alla fine il committente e lo studente possono scriversi recensioni a vicenda per costruirsi una buona reputazione all’interno dell’applicazione.
Taskhunters sta sviluppando anche una versione “for business” che permetterà alle aziende e alle PMI di accedere al network di studenti per esternalizzare alcuni lavori temporanei. Nel 2017 gli obiettivi di Taskhunters sono: aumentare il numero di studenti, privati e aziende e lanciare l’app a Roma, Torino, Bologna e Padova. Dal 2018 al 2020 è previsto un piano di espansione in Europa: Londra, Lisbona, Madrid, Berlino e Parigi.
Taskhunters ha 4.000 iscritti ed è stata fondata da 4 ragazzi di Treviso di 29 anni: Lorenzo Teodori (CEO), Marco Premier, Francesco Piovesan, e Alberto Mora.
Taskhunters è una startup innovativa di Digital Magics, business incubator quotato sul mercato AIM Italia di Borsa Italiana e di Itaka. “In Italia il 40% degli studenti sono alla ricerca di un lavoro mentre studiano e preferiscono lavori temporanei a un posto fisso”, ha dichiarato Lorenzo Teodori, Fondatore e CEO di Taskhunters. “La partnership con Digital Magics e Itaka per noi è una preziosissima opportunità, che sfrutteremo a pieno. Con la loro esperienza e il loro network, avremo tutti i mezzi necessari per far crescere la nostra startup e raggiungere gli obiettivi aziendali che ci siamo prefissati”.
“L’idea non è solo innovativa, ma ha una finalità sociale molto forte: aiuta gli studenti universitari, ma anche le famiglie e gli anziani nelle attività quotidiane”, dichiara Gabriele Ronchini, Amministratore Delegato di Digital Magics per il Portfolio Development. “Taskhunters ha un modello dalla scalabilità immediata: l’Italia sarà il trampolino di lancio per poi portare la startup in Europa. Abbiamo inoltre coinvolto Itaka come partner industriale per sviluppare il business di Taskhunters per le aziende”.“Fin dall’inizio abbiamo apprezzato il progetto di Taskhunters perché è complementare con le attività consolidate della nostra società”, afferma Matteo Feruglio, CEO di Itaka. “Stiamo lavorando attivamente con il team della startup e siamo convinti di poter dare un valore aggiunto concreto e fondamentale per sostenerne la crescita grazie alle relazioni con le imprese e le PMI italiane”.

Video https://m.youtube.com/watch?v=rQgUIuzOZ-w

Nell’ultimo anno il 24% degli statunitensi ha guadagnato soldi con gig economy, ecommerce e sharing economy


Il 24% degli americani nel corso degli ultimi dodici mesi ha guadagnato soldi attraverso una piattaforma di gig economy, sharing economy o di eCommerce. Questi dati emergono da una ricerca condotta dal Pew Research Center su una panel di statunitensi adulti. Il reddito generato da questo tipo di attività per alcuni rappresenta un extra budget mentre per altri è servito a rispondere a alcune necessità personali. Da tuttofare a programmatore di computer, da autista per operatori di ride sharing (Uber o Lyft ad esempio) a consegna di cibo, gli americani si sono oramai da tempo aperti a queste forme di lavoro al posto o in aggiunta al tradizionale lavoro dipendente. Queste forme lavorative hanno talmente preso campo che la loro tutela -come SocialEconomy via ha raccontato – è entrata a far parte dei dibattiti elettorali per le recenti elezioni presidenziali USA che hanno visto il trionfo di Donald Trump. Il successo di queste lavoretti è stato possibile grazie alla grande varietà di piattaforme di vario tipo che oggi vivono sui canali digitali e che consentono agli utenti di guadagnare denaro condividendo il proprio tempo per svolgere lavori occasionali, vendere i propri beni usati o le proprie produzioni artigianali oppure condividendo beni o servizi. Dallo studio emerge che quasi un americano su dieci (8%) ha guadagnato denaro nel corso dell’ultimo anno utilizzando piattaforme digitali per svolgere un lavoro o un’attività; quasi uno su cinque  (18%) ha guadagnato denaro nell’ultimo anno vendendo qualcosa online, mentre l’1% ha affittato le propria proprietà su un sito di home sharing (come Airbnb ad esempio). Sommando tutti coloro che hanno effettuato almeno una di queste tre attività, si arriva a circa il 24% degli adulti americani, quasi uno statunitense su quattro, che ha guadagnato soldi nel corso dell’ultimo anno con quella che nello studio viene definita “economia della piattaforma”. Come detto, all’interno di questo 24% ci sono coloro che si affidano a questa forma integrativa di entrate in modo occasionale occupando così il proprio tempo libero e coloro che, invece, fanno ricorso a questa tipologia di lavoro in modo abituale. 

Questi risultati dell’indagine evidenziano alcuni temi chiave legati all'”economia della piattaforma”. In primo luogo, illustra la grande varietà di modi in cui gli americani hanno guadagnato soldi da diverse piattaforme digitali. Nel caso della gig economy on demand (l’economia dei piccoli lavori su richiesta), il 5% degli americani indica che si è guadagnato i soldi da una piattaforma di lavoro nel corso dell’ultimo anno per fare attività online (ciò include potenziamente qualsiasi cosa, da lavori IT a indagini o data entry. Alcuni, il 2%, degli americani hanno guadagnato soldi con la guida di attività di ride sharing, mentre l’1% ciascuno ha usato queste piattaforme per eseguire attività commerciali o di consegna, così come le attività di pulizia o di lavanderia. Un ulteriore 2%, infine, ha fatto una grande varietà di lavoretti che non rientrano in nessuno di questi quattro gruppi. Secondo elemento che rileva questa indagine sono le differenze marcate tra gli americani che guadagnano soldi dalle piattaforme di lavoro in cui gli utenti contribuiscono con il proprio tempo e fatica rispetto a coloro che guadagnano soldi da piattaforme di capitale in cui contribuiscono con le proprie merci o beni. La partecipazione a piattaforme di lavoro, per esempio, sono più comuni tra i neri e latinos che tra i bianchi, sono più diffuse tra coloro che hanno un reddito familiare basso rispetto a quelli con redditi alti e sono più diffuse tra i giovani adulti rispetto a qualsiasi altro cluster di età. Quando si tratta di piattaforme di capitale come la vendita on-line, è vero il contrario: la vendita online è più diffusa tra i bianchi che i neri, è più comune tra i benestanti e istruita rispetto a quelli con livelli più bassi di reddito e di istruzione, ed è praticata da persone con età trasversali. Circa il 60% degli utenti delle piattaforme di gig economy dicono che i soldi che guadagnano da questi siti è “essenziale” o “importante” per la propria situazione finanziaria complessiva, ma solo uno su cinque venditori online (20%) descrivere i soldi che guadagna negli stessi termini. La terza evidenza della ricerca riguarda la parte economica di queste attività. Nel caso di lavori gig, i lavoratori che descrivono il reddito che guadagnano da queste piattaforme come” essenziale “o” importante “sono coloro che provengono da famiglie a basso reddito, non-bianchi e che non hanno frequentato l’università . Essi hanno meno probabilità di eseguire attività on-line ma più probabilmente sceglieranno come lavoretti ride attività fisiche come il ride, lavori di pulizia e di lavanderia. Essi sono anche significativamente più propensi a dire che sono motivati a fare questo tipo di lavoro perché hanno bisogno di essere in grado di controllare la propria agenda (questi lavoro sono prestati su base volontaria su richiesta e quindi occupano lassi temporali ben determinato) o perché non ci sono molti altri posti di lavoro a loro disposizione. Come quarto punto l’indagine rileva che il grande pubblico ha una vista decisamente contrastanti riguardo posti di lavoro nella gig economy. Da un lato, la maggioranza degli americani ritiene che questi posti di lavoro sono buone opzioni per le persone che vogliono un lavoro flessibile (68%) o per gli adulti più anziani che non vogliono più lavorare a tempo pieno (54%). D’altra parte, circa a uno su cinque ritiene che questi posti di lavoro pongono troppo oneri finanziari a carico dei lavoratori (21%) e lasciano che le aziende approfittano dei lavoratori (23%), mentre solo il 16% ritiene che questo tipo di lavoro offre posti di lavoro. Infine, dalla ricerca emerge anche che il 23% di coloro che utilizzano piattaforme “gig” per il lavoro sono studenti; la maggioranza si descrivono come essere impiegato a tempo pieno (44%) o part-time (24%), mentre il 32% dichiara di non essere impiegati; Uno su cinque venditori online (19%) affermano che i social media sono estremamente importanti come mezzi di supporto alla vendita dei propri prodotti. In particolare sono le  donne che vendono online a dire che si basano sui social media; Il 26% degli utenti delle piattaforme gig si considerano  dipendenti dei servizi che usano per trovare lavoro e il 68% si vedono come imprenditori indipendenti.; Il 29% dei lavoratori gig non ha ricevuto il pagamento che gli sarebbe spettato per aver svolto un’attività.